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Siracusa: Emigrazione, la storia di un siracusano, partito per l’Argentina subito dopo la guerra mondiale, in cerca di un futuro migliore. La testimonianza di uno dei tanti siracusani, che come  Antonio Di Luciano, decise di ad affrontare un viaggio durissimo e con la speranza di crearsi una vita migliore, realizzata in poco tempo grazie alla forza di volontà e a tantissimi sacrifici.

Attravesando l ‘Equatore, fra l’Africa e l ‘América, il caldo era insopportabile, sembrava di stare all’inferno. Il Santa Cruz, su cui viaggiavamo, era una nave panamegna di carico che, in quel caso, fu adibita al trasoporto di passeggeri. Eravamo in tanti a volere emigrare in America e quella nave rappresentava l’opportunità di fuggire dalla guerra, dalla miseria. Le compagnie di navigazioni usavano ed adattavano qualsiasi nave al trasporto di passeggeri. Cinque lunghi anni di guerra e distruzioni fecero sì che tante persone cercasseno pace e tranquillitá in quelle terre. Avevamo la sensazione di soffocare su quella nave, ed il viaggio era interminabile. Io mi imbarcai a Napoli, senza soldi, credendo che non ne avrei avuto bisogno. Mi sbagliai. Su quella nave, per dissetarsi e rifocillarsi un pò occorreva riempire un bicchiere d´acqua da un rubinetto mezzo rotto, dal quale usciva solo qualche goccia d’acqua. La fila per bere era lunghissima e ricordo che c’era un bar a bordo, ma io non avevo soldi e non potevo comprare nulla, nonostante avessi fame e sete.

Un giorno alcuni dei miei compagni di viaggio mi lanciarono una sfida. Non vedendomi bere mi dissero che mi avrebbero comprato una bottiglia d’acqua a patto che io la bevessi tutta d’un sorso e così feci. L’acqua era così fresca…. I miei amici se ne stupirono e dovettero limitarsi a pagare l’acqua che avevo bevuto! Andai a dormire, stanco ma contento.image

Il 28 di maggio del 1948 arrivammo finalmente nel porto di Buenos Aires. L´odissea del viaggio era finita e ne rimaneva solo il ricordo. Quei lunghi anni di guerra avevano lasciato in noi un segno indelebile. L ´Argentina a quel tempo era un paradiso, un luogo di pace e benessere. Dedico questo ricordo alla mia famiglia e ai miei nipoti che sono nati in questa nostra seconda patria, senza mai dimenticare la nostra mamma Italia .

Il mio papá – prosegue nel racconto Gabriela, l’unica figlia di Antonio Di Luciano – è arrivato in Argentina dopo la seconda guerra mondiale, dove lo aspettava uno zio che inizialmente lo ha ospitato nella propria abitazione, a Boca, in cui a dividere l’appartamento erano in tanti. La casa era talmente affollata che per andare in bagno (l’unico disponibile) si doveva fare una lunga fila, inimmaginabile per farsi un bagno. Così vista la difficile convivenza ha così deciso di cercarsi immediatamente un lavoro in modo da poter affittare una casa, in cui lo avrebbe raggiunto a breve una delle sorelle proveniente dall’Italia.

Dopo qualche tempo papà ha conosciuto la mia mamma e dopo essersi piaciuti e innamorati hanno deciso di sposarsi, e successivamente si sono trasferiti nella città di Quilmes, in cui tutt’ora vivono. La città è conosciuta in quanto si produce la più nota e gustosa birra argentina, che prende il nome proprio dalla città.

Papà si è guadagnato da vivere facendo il mestiere di Ebanista, che svolgeva con grande dedizione, tanto da farsi subito notare dalle famiglie più influenti della città di Buenos Aires, che lo hanno ritenuto per numerosi anni un vero e proprio punto di riferimento nel suo settore.

Una vita semplice che testimonia la grande forza di volontà e coraggio di un ragazzo che con tanta speranza si è messo nelle mani del destino, andando a creare dall’altra parte del mondo un futuro per se e per la sua famiglia, messa su con grande felicità, la stessa che ci testimonia la sua unica figlia Gabriela, con questa straordinaria storia che testimonia come tutt’oggi avviene, che le migrazioni rappresentano un punto di non ritorno, spesso segnato da grandi sofferenze ma anche da grosse soddisfazioni.




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