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I buoni risultati non sono l’obiettivo della scienza, ma la verità rivelata che li distingue dalla finzione | tempo di scienza

Il suo biografo André Besson definì Louis Pasteur un “avventuriero della scienza”. Lo scienziato, morto nel 1895, ha ripercorso la sua lunga carriera a Lille e Parigi presso l’istituto che porta il suo nome, aperto nel 1888 e in cui il nostro grande Oswaldo Cruz è stato il primo brasiliano ad insegnare. Viveva con l’indispensabile disciplina del cercatore e l’ostinazione della curiosità, con obiettivi chiari e razionali che esigono grandezza quando delusi e ammettono errori. Le sue esperienze spaziano dalla fermentazione alcolica pura, alla scomposizione dello zucchero in alcol e acido carbonico, alla fermentazione del latte, alle pratiche di lavorazione dei vigneti e alla trasmissione di malattie infettive, alla sua scoperta seminale, il vaccino contro la rabbia. Questo gli valse l’ammissione all’Accademia francese di medicina, con un voto serrato, e non fu senza pregiudizi per non essere un medico qualificato.

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Besson lo descrive come un avventuriero in un senso opposto al superficiale, e invece al terrore di cercare, in mondi completamente nuovi e diversi, risposte alle sue domande e osservazioni accuratamente scritte e presentate. Un esempio di coscienza e spirito pubblico degno di ispirare tutti oggi da scienziati, policy makers e politici.

Quando viene interferita con le emozioni umane, il regno dell’imprevedibile diventa assurdo. Siamo rattristati, più che sconcertati, di assistere allo spettacolo delle polemiche in corso al CPI, nonostante l’importanza dei necessari chiarimenti proposti dalla giuria. Scienza e avventura si intrecciano impunemente in un groviglio di citazioni, e talvolta guidano l’opinione pubblica, già profondamente smarrita e bisognosa di consolazione di fronte alla tragedia in cui viviamo, per ricevere fatti scientifici superati come fatti, o almeno dubbi.

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L’esempio più sfortunato è l’utilizzo dello studio clinico condotto nel marzo 2020, a Manaus, da un gruppo di ricercatori esperti, quando la città si stava sviluppando verso il primo picco dell’epidemia osservato in Brasile. Si è accennato a una sorta di capro espiatorio, o cortina fumogena, per nascondere il fulcro della discussione più importante riguardante il vago uso di farmaci che si sono dimostrati inefficaci e dannosi per il Covid-19. Sempre sotto l’influenza dei primi studi cinesi e francesi con la clorochina, e sotto una metodologia rigorosa, approvata da tutti i principi etici nazionali e casi, controllati da un gruppo di sicurezza indipendente, nonché i migliori studi clinici, lo studio brasiliano è stato pubblicato con grande influenza in una rivista medica (collettiva) ed è considerato uno dei migliori dieci affari di quest’anno. I risultati buoni e felici non sono l’obiettivo della scienza, ma la verità rivelata che fa la differenza tra essa e i romanzi fantasy o d’avventura.

Quando la storia dell’epidemia è scritta, e ce ne saranno tante, nei più svariati campi, è fondamentale che sia raccontata per così dire, illuminante o misteriosa, ma senza pregiudizi o interpretazioni faziose. Questi saranno confutati alla luce della scienza, senza il diritto all’avventura.